Un’altra Vienna. Stefano Cagol racconta la fiera Parallel


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Nel panorama artistico internazionale odierno, costretto a chiudere le porte delle grandi manifestazioni come biennali e fiere, fa eccezione per ora Vienna che a fine settembre, in extremis, con i contagi in risalita, è riuscita a portare a termine Vienna Contemporary e Parallel Vienna nel pieno rispetto delle regole di protezione personale e di contingentamento. Parallel Vienna, in particolare, fondata dal carismatico Stefan Bidner, suo direttore artistico e già direttore di Kunstraum Innsbruck nonché curatore al Belvedere, ha sollevato interesse per il suo format unico e alternativo che prevede l’utilizzo di edifici temporaneamente vuoti come sedi per la presentazione dell’arte contemporanea.

Parallel Vienna promuove pratiche artistiche emergenti e consolidate. E riunisce sotto lo stesso tetto iniziative artistiche di ogni tipo – associazioni d’arte, gallerie, spazi indipendenti – sia austriache che internazionali. In questo modo combina la creazione artistica locale con le tendenze internazionali, contribuisce a costruire reti e favorisce gli scambi tra artisti, curatori, collezionisti e visitatori della mostra. Tra gli ospiti di rilievo di quest’anno anche Stefano Cagol, invitato da Bidner nella sezione “Interventions” al fianco di altri artisti tra i quali Erwin Wurm e Marko Lulic. Lo abbiamo incontrato.

Stefano, cosa hai presentato a Parallel Vienna?
La mia presenza a Vienna è stata importante per diversi motivi. Nella capitale austriaca ho proseguito il mio progetto multi sito “Il Tempo del Diluvio (Oltre il mito attraverso il cambio climatico)”, supportato da Italian Council. E ho realizzato una mostra preziosa all’Istituto Italiano di Cultura nelle magnifiche sale di Palazzo Sternberg. Ho avuto inoltre l’opportunità di confrontarmi nuovamente con Stefan Bidner, con cui ho iniziato a collaborare nel 2006 in occasione di “Bird flu Vogelgrippe”, opera che risulta particolarmente attuale come riflessione sui meccanismi contemporanei di influenza e di esercitazione del potere, e sulle azioni propagandistiche che incidono sulla vita di ogni giorno.

Questa volta Bidner mi ha voluto coinvolgere all’interno di Parallel nel suo progetto curatoriale “Interventions” con un’installazione video e una performance il giorno dell’opening nella piazza antistante l’edificio, affacciato sul centro storico di Vienna. Il confronto tra me e Stefan è sempre molto immediato e visionario. Così, nel clou dell’inaugurazione, nel momento esatto del passaggio dalla luce del giorno al buio della sera, ho dato vita alla performance inedita “Die Zeit der Flut”, distillato di una serie simbolica di azioni di allarme in tre atti.

Senza preannuncio ho iniziato a generare fiammate incendiando il gas di bombolette spray di lacca per capelli. E quindi dato fuoco a un mazzo di fiori; in seguito ho azionato una sirena manuale; ho infine innescato un potente segnale di soccorso visivo nautico, che ha illuminato la piazza e i suoi edifici con la fiamma intensa, le scintille e il fumo. Ho esplorato così la percezione del pericolo e l’impatto delle nostre scelte sulla natura. Sono azioni visive e sonore per certi aspetti “romantiche” nella loro rappresentazione della minaccia, ma con una componente di reale pericolo.

La Natura e l’azione antropica su di essa sono il punto focale attorno a cui ruota la tua ricerca. Da dove nasce questo interesse e come sviluppi le tematiche ecologiche all’interno delle tue opere?
Una delle mie prime opere video in assoluto (1995) faceva riferimento agli esperimenti nucleari che stavano per essere condotti in quel momento a Mururoa. Posso quindi affermare che queste tematiche fanno parte della mia ricerca fin dall’inizio, andando a delineare la mia pratica in maniera sempre più chiara negli ultimi dieci anni. Posso ricordare al riguardo l’opera video “Over Two Thousand” (2007), nella quale la neve in alta quota sulle Dolomiti è in fiamme, poi il lavoro sull’Ilva di Taranto “Scintillio e Cenere”.

E la mia prima spedizione del 2010 nell’Artico dove ho utilizzato per la prima volta segnali luminosi di soccorso, e soprattutto la mia partecipazione alla Biennale di Venezia del 2013 nel Padiglione Nazionale delle Maldive, già allora interamente climate-oriented. In quell’occasione realizzai “The Ice Monolith”, un blocco di ghiaccio lasciato fondere sotto il sole. Le questioni legate alla nostra attuale relazione con la natura sono estremamente complicate, molteplici, mutevoli e contraddittorie. La scienza le studia nella loro complessità, mentre le mie opere cercano di estrarne e rappresentarne l’essenza.

Estetica ed etica sembrano quindi un duo inscindibile nel tuo lavoro: qual è l’obiettivo della tua arte?
Questo binomio – è vero – caratterizza il mio lavoro. Tanto che la critica Jeni Fulton ha usato il termine “activist aesthetics” (estetica attivista) parlando della mia pratica. Mentre il curatore Alessandro Castiglioni, deputy director al MA*GA, già nel 2016 faceva coincidere la mia figura con quella dell’artista – ricercatore. Il mio fine è dialogare con l’osservatore, la mia arte non è univoca, chiusa in se stessa. E quando ci si muove nella sfera pubblica entrano in campo i valori dell’etica, che regolano i nostri comportamenti in relazione agli altri.

Non perdo comunque mai di vista il rapporto con l’estetica. Altrimenti ci si appiattisce sulla mera pratica dell’attivismo o sulla ripetizione / rappresentazione di puri dati scientifici, che trovo una scelta limitante. Visto che, invece, il linguaggio dell’arte si distingue per la sua magica universalità, potenzialmente capace di raggiungere la sensibilità di tutti. Molte mie opere risultano profetiche, perché ho (semplicemente) deciso d’essere interprete della realtà…

http://www.stefanocagol.com/

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