Aspettando la Biennale… 10 anni di TERESA MARGOLLES


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In occasione della prossima inaugurazione della personale di Teresa Margolles al Kunsthalle Krems, ho incontrato Florian Steininger, direttore artistico del museo austriaco, e l’artista messicana nota per le sue opere concettuali legate ai temi della violenza e della discriminazione di genere in America Latina. Nelle loro parole la descrizione dell’istituzione museale e il racconto della storia di Karla, icona e simbolo dei transessuali di Ciudad Juárez, nonché soggetto di una delle opere principali in esposizione dal prossimo 24 novembre.

Il programma del centro espositivo internazionale di Krems, fondato all'inizio degli anni '90, si focalizza sull'arte prodotta dal 1945 con una particolare attenzione all’universo più contemporaneo. La sua struttura, che in passato era una fabbrica di tabacco, è stata ristrutturata e trasformata in un'area espositiva di mille e 400 metriquadrati. Annessa all’edificio, si trova anche una chiesa medievale dei Minoriti destinata alle residenze dei giovani artisti.

In questo contesto si collocherà la mostra della Margolles, voluta dal Direttore artistico del Kunsthalle Krems per la posizione di rilievo che l’artista messicana occupa nel panorama dell'arte contemporanea: «la Margolles - afferma Steininger - si accosta agli aspetti più crudi della vita reale. Aldilà delle apparenze, è una persona sensibile, fragile, che assume molti rischi nelle ricerche che conduce, essendo sempre in prima linea nei luoghi segnati dalla violenza e dalla criminalità. Teresa è diretta nei propri messaggi e, oserei dire, brutale. Il pubblico subisce una scossa emotiva dai suoi lavori e nutre, nei confronti dei temi trattati, un sentimento di compassione».

La prossima personale della Margolles al Kunsthalle Krems sarà il risultato della compresenza di vari linguaggi, tra cui figureranno la serie fotografica Pista de baile, sulle prostitute messicane transgender, La Gran America- parete composta da mattoncini realizzati con l’argilla del Rio Bravo, ultima tappa dei migranti nel loro viaggio verso l’ignoto -, un’opera inedita: una tela immersa nel fango prodotto dalle ceneri di corpi anonimi, una sorta di sudario delle vittime senza nome immortalato in uno scatto d’artista, e le opere installative tra cui Karla.

«Ho conosciuto Karla per strada, mentre stavo girando un video, è stata la mia prima amica transgender. Mi ha raccontato la sua storia: dalla realtà sfavillante dei night club dove lavorava come ballerina e dove aveva raggiunto il successo, alla strada dove era finita a lavorare in povertà come prostituta; mi ha parlato del mondo della prostituzione maschile, solitamente precluso alle donne. Così - prosegue la Margolles - è nata l’idea di realizzare Pista de Baile e di parlare della sopravvivenza e della resistenza delle transgender di Ciudad Juárez». In questa serie fotografica l’artista messicana ha ritratto Karla e le sue compagne in posa davanti alle rovine dei locali notturni, diritte e fiere su ciò che restava delle piste da ballo da loro ripulite con l’acqua.

«In seguito – riprende la Margolles - Karla fu assassinata in un edificio abbandonato a tre strade da casa sua, lapidata. Questo evento non solo ha ucciso la nostra amicizia, ma ha distrutto anche la mia convinzione che queste figure forti fossero indistruttibili. Dopo la morte di Karla, ho tolto la sua immagine dalla serie Pista da Baile, ho deciso di svilupparla in verticale, ne ho eliminato il colore e l’ho presentata da sola». In questo si differenzia il suo ritratto dai paesaggi in cui le altre transessuali si stagliano sulle macerie. Karla è stata esposta in questa nuova veste per la prima volta nel 2016 a Zurigo, in occasione di Manifesta 11, in un albergo di prostitute nella Landstrasse, zona di prostituzione maschile e femminile. L’allestimento, che solo a posteriori e involontariamente ha assunto l’aspetto di una sorta di cappella, di luogo sacro, prevedeva - oltre allo scatto - una pietra trovata sulla scena del crimine, il certificato di morte e una registrazione che testimoniava l’accaduto. «Ho chiesto alla proprietaria dell’edificio di poter svuotare la stanza destinata a ospitare la mia opera e le ho narrato la storia di Karla. Dopo aver ascoltato il mio racconto, lei mi ha offerto la camera per tutto il tempo che desideravo: l’esposizione invece che una sola settimana, è durata tre mesi. È stato un bell’esempio di solidarietà. Ho sistemato la foto dinnanzi ad una tenda rossa, Karla sembrava sospesa come una santa pagana. In quell’occasione, ho provato una profonda commozione e, adesso, mi rendo conto di aver acquisito lì, in quell’istante, la giusta distanza per capire quale sarebbe stata l’evoluzione successiva» conclude la Margolles.

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