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La personale Cave Canem di Daniele Cabri presso lo Studio Legale Iusgate, a cura di Studio Cenacchi Arte Contemporanea, trova il suo fulcro nell’installazione Saturno che divora i propri figli. Tale opera rappresenta un doppio tributo alla storia dell’arte: il titolo è la citazione dell’omonimo dipinto di Francesco Goya (1820-1823), mentre i volti incappucciati delle due figure sono un esplicito rimando a ‘Gli Amanti’ di René Magritte (1928).
Le figure ritratte con la fiamma ossidrica e il pirografo su due pelli animali collegate da corde e fili elettrici, se da un lato rimandano all’abbruttimento della società attuale che vive di impulsi bestiali, dall’altro rappresentano la condizione dell’amore contemporaneo: un rapporto senza comunicazione, poiché privato della visione e del contatto, caratterizzato da un godimento cinico e individualistico. Ne risulta il ritratto di una umanità fatta di corpi nudi esposti, soggetta ad un piacere pornografico e narcisistico che con la sua immediatezza, contingenza e trasparenza sigilla la fine del rituale della seduzione, caratterizzato – al contrario – dalla durata, dall’indugio e dagli svelamenti progressivi. Sono corpi pulsionali che si scambiano informazioni e dati mediante un dispositivo elettronico. Lo smartphone posto al centro degli amanti diventa, quindi, un ‘nonluogo’, ovvero quello spazio - così come definito da Marc Augé[1] - adibito alla circolazione, al consumo e alla comunicazione, che a differenza dei luoghi antropologici non è né identitario, né relazionale, né storico. La comunicazione digitale secondo il filosofo coreano Byung-Chul Han[2] è una comunicazione decorporeizzata ed estensiva, che non produce relazioni ma solo connessioni, una comunicazione che, guidata da pulsioni momentanee, ne garantisce l’immediato sfogo.

Tutta la produzione di Daniele Cabri trova fondamento nel rito del quale impiega le dimensioni del silenzio e della narrazione come antidoto alla ‘surmodernità’, intesa come una modernità degli eccessi caratterizzata dalla precarietà, dalla provvisorietà e dal frastuono comunicativo dovuto alla sovrabbondanza di dati e di informazioni, un tempo all’interno del quale l’individuo è isolato e solo. I cani e i lupi disposti lungo il percorso espositivo sono da intendere, in quest’ottica, come spiriti guida animati da passioni e istinti diversi che affiancano e accompagnano il pubblico verso la visione finale rappresentata dalle grandi pelli di Saturno che divora i propri figli. L’artista emiliano crea, così, con le sue opere universi di riconoscimento, spazi significanti, nei quali è possibile identificarsi come parte di una comunità, uscendo dalla propria solitudine.

Possiamo concludere affermando che la ricerca di Daniele Cabri è una ricerca di stampo antropo-etnologico e che la sua arte riflette, esprime e reagisce a quella stessa contemporaneità del cui studio è il frutto.


[1]Marc Augé, Nonluoghi, Eleuthera, 2009

[2]Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, Nottetempo srl (MI), 2021

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