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Marta Ciołkowska (Lodz, 1993) si può inserire a pieno titolo nella folta schiera dei nativi digitali, ovvero in quella generazione - così come definita nel 2001 dallo scrittore e studioso statunitense Mark Prensky - che è nata e cresciuta contestualmente alla diffusione delle nuove tecnologie informatiche, ed il suo lavoro risulta essere proprio il frutto di questo contesto storico-sociale, se non addirittura una reazione ad esso. 

Attraverso le opere esposte presso la KÖART Gallery (CT) in occasione della mostra personale Let’s take it offline curata da Aurelia Nicolosi, l’artista di origine polacca propone un’interpretazione critica del rapporto patologico che lega, o forse dovremmo meglio dire collega, l’uomo contemporaneo ai vari devices e ai social network. 

Già nel 1995 Ivan Goldberg propose, in forma provocatoria, di introdurre nel DSM (il Manuale Diagnostico Statistico dei disturbi mentali) una nuova sindrome denominata Internet Addiction Disorder (IAD), ovvero un disturbo legato alla dipendenza dalla rete telematica, e solo un anno dopo lo psicologo inglese David Lewis coniò il concetto di affaticamento informativo (IFS – Information Fatigue Syndrome), la patologia psichica causata da un eccesso di informazioni che determina una crescente paralisi della capacità di analisi, disturbi dell’attenzione, agitazione generalizzata… 

Dal 2017 Marta Ciołkowska attraverso la serie di opere: Social Toilet, Social Prison, Future, Social Time e Social Trap analizza l’homo digitalis[1] - per dirla con il filosofo coreano Byung-Chul Han[2] e i suoi disordini.

Così in Social Toilet affronta la questione della privacy e denuncia come, nella società di oggi, ci sia una erosione del privato a favore di una esibizione pornografica dell’intimità: pubblico e privato si fondono e confondono in un tutt’uno indifferenziato. 

Il video Social Prison, così come l’omonima scultura, traducono in metafora visiva la schiavitù imposta dal frastuono comunicativo prodotto dalla rete: ogni giorno siamo inondati da un eccesso di informazione che si traduce in un’atrofia del pensiero e della facoltà di giudizio.

Con Future si visualizzano il legame e la dipendenza morbosa e ossessiva degli individui dai dispositivi elettronici, quasi fossero una protrusione della propria mano. Non a caso la stessa artista nella descrizione della sua opera fa riferimento anche alla nomofobia (NO Mobile Phone PhoBIA), ovvero alla paura sempre più dilagante nelle nuove generazioni di perdere o di essere privati della possibilità di utilizzare il proprio cellulare.

Social Time si concentra, invece, sulla dimensione temporale del nostro rapporto con la tecnologia, non solo per la sua creazione e fruizione, ma anche per la sua distruzione.

Infine, Social Trap getta una luce sull’isolamento indotto dalla costante connessione alla rete. La folla post 2000 diviene uno sciame digitale composto da individui isolati; la società, nella disgregazione del comune e nell’erosione del collettivo, si atomizza. Il narcisismo, l’egotismo e l’ostentazione ipertrofica dell’Io diventano le nuove manifestazioni del sé.

[1]L'homo digitalis di Byung-Chul Han è la versione attualizzata dell’homo electronicus di Marshall McLuhan&

[2]Byung-Chul Han, Nello Sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Milano 2015

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