La pensée paysagère - ITA


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Pourquoi cet étonnant contraste entre, d'une part, ces innombrables générations qui n'avaient pas de pensée du paysage mais qui nous ont laissé tant d'admirables paysages, et d'autre part cette génération qui, tout en ne cessant de parler et d'écrire à propos du paysage, le détruit à grande échelle sur tout son territoire - hormis quelques icônes ? Nous avons une pensée du paysage, mais nous n'avons plus de pensée paysagère, c'est-à-dire cette pensée concrète, vivante et agissante qui s'exprimait par de beaux paysages.1 

[Augustin Berque]

Leggendo queste parole di Augustin Berque sorge spontaneo domandarsi se l'abitudine della società attuale di "pensare il paesaggio" facendone un oggetto di pensiero esterno al proprio essere non sia, di fatto, la causa della sua distruzione. Il geografo e orientalista contemporaneo francese mette in relazione l'incapacità di preservazione del paesaggio proprio con la scomparsa di un pensiero di tipo paesaggistico, ovvero di un pensiero concreto, vivo e attivo che, al contrario di quello sopra citato, si fondi ontologicamente nel paesaggio, affondandovi le proprie radici e costituendone un tutt'uno. 

Alla luce delle riflessioni appena esposte, l'intero corpus di opere di Livio Ninni si configura come un ritorno al pensée paysagère sopra evocato. Che si tratti di fotografie trasferite su ferro o su legno, piuttosto che di piccole sculture di cemento, rami e ferro, o di polaroid o ancora di installazioni in luoghi abbandonati, il pensiero dell'artista "nasce paesaggio". 

Il Paesaggio alternativo che Ninni propone è un paesaggio nascosto, non ben definito, occultato allo sguardo; è un paesaggio spontaneo ove l'elemento naturale si riappropria del suo spazio, insinuandosi nelle strutture architettoniche in abbandono, avvolgendole fino a sopraffarle. E la complessità e la stratificazione di questi paesaggi si riflette anche nella struttura stessa delle opere. Quelle fotografiche sono caratterizzate da una sovrapposizione di piani: il supporto (legno o ferro), la fotografia e l'intervento pittorico sia sulla tavola o sulla lastra che sull'immagine; le sculture si presentano come un agglomerato di materiali naturali con altri antropici, in proporzioni e in equilibri variabili; le installazioni realizzate in luoghi urbani e in zone periferiche in stato di degrado, così come le polaroid - appunti visivi per lo sviluppo di opere successive -, tradiscono la complessità della riflessione che è alla loro origine, per questi due media l'accumulo e la sedimentazione di significati è a priori, nel momento dell'ideazione e della progettazione. Opere, quindi, come rappresentazioni differenti di un unico racconto, quello di un "Terzo paesaggio"2 che ibrida l'elemento naturale con quello umanizzato, ma anche come un tentativo di rilettura e di ricodificazione paradigmatica del concetto di paesaggio e dei fenomeni territoriali ad esso relativi. 

In conclusione, continuando a citare Gilles Clement, si potrebbe definire la poetica di Livio Ninni, come la poetica dello spazio indeciso, non più agito dall'uomo e privo di funzione, quello spazio residuale rifugio per la biodiversità, uno spazio dinamico, in continua mutazione e sviluppo.


1. Perché questo stupefacente contrasto tra, da un lato, quelle innumerevoli generazioni che non hanno pensato al paesaggio ma ci hanno lasciato tanti paesaggi ammirevoli, e dall'altro, questa generazione che, pur non smettendo di parlare e scrivere di paesaggio, lo sta distruggendo su larga scala in tutto il suo territorio - a parte qualche icona? Abbiamo il pensiero del paesaggio, ma non abbiamo più il pensiero di tipo paesaggistico, cioè il pensiero concreto, vivo e attivo che si esprimeva nei bei paesaggi.  Augustin Berque, La pensée paysagère, Éditions éoliennes (2016)

2. Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet (2014) 

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