CONTACTLESS (2020) - Ita


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Noi ci tocchiamo in quanto esistiamo. 

Il nostro toccare è ciò che ci rende noi.

Jean-Luc Nancy 


Cosa accade quando veniamo privati del contatto, ovvero di quella forma di conoscenza e di relazione primigenia e istintiva? Come comunichiamo le nostre emozioni? Che meccanismi di reazione si innescano? È una situazione che, di recente e in maniera drastica e repentina, abbiamo dovuto tutti imparare a gestire. 

Nelle opere di Giorgio Bartocci la privazione del contatto si è tradotta in un ritorno al figurativo: un brulichio di anime disorientate torna a popolare uno sfondo informale fatto di materia, luce e colore. Volti spaesati, inquieti, frastornati sembrano muoversi senza meta, in cerca di una nuova collocazione o di una via di fuga. Il loro movimento appare concitato, confuso, convulso. Nella successione delle 7 opere che costituiscono il progetto Contactless le figure sono sempre più numerose, sovrapposte, caoticamente ammassate in un groviglio che non consente di provare, né di suscitare, empatia nel contatto. Anche nei due unici dipinti della serie costituiti da sole forme organiche i colori tendono a incupirsi e l’approccio meditativo sembra lasciare progressivamente posto a quello istintivo. 

Il tatto è uno dei principali ‘dispositivi’ grazie ai quali riusciamo ad orientarci non solo nello spazio, ma anche all’interno delle relazioni sociali, è perciò una conseguenza logica e naturale che privati di quello che Aristotele riteneva il più filosofico dei sensi ci sentiamo spaesati, smarriti. Diventa allora imperativa per Bartocci la necessità di ritrarre su muro e su tela la promiscuità e la contiguità dei corpi, quel contatto umano che è venuto a mancare; imperativa la necessità di lasciare un segno reale, tangibile, concreto sui muri di una città deserta, come a dire io ci sono, sono carne e ossa, sono mano e pennello, sono reale e cerco con questi gesti di sottrarmi allo sconfinato mondo virtuale che mi ‘costringe’ di più del limitato mondo reale. 

Contactless è quindi sia la manifestazione del bisogno di un ritorno alla concretezza della realtà, per mediare quell’eccesso di virtualità e di astrazione entro cui stavamo pericolosamente naufragando, che un invito a riscoprire l’importanza del tatto e del contatto.

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