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L’arte non è solo visione, così come l’esperienza estetica non è una funzione esclusiva del vedere. Esistono anche una lettura e una fruizione tattili dell’arte e, in un periodo storico come quello contemporaneo caratterizzato da un impellente desiderio di ritrovare il contatto, un registro percettivo che azzera le distanze e abbatte le barriere dell’estraneità risulta quanto mai attuale e necessario… E quale espressione artistica più della scultura può suscitare quella sensazione epidermica che consente di accedere alla materia?

 Come sostiene Andrea Sòcrati ‘l’uomo si è ormai trasformato in un animale prettamente visivo, tanto da aver praticamente delegato il compito di decodificare la realtà unicamente agli occhi, che diventano gli unici e privilegiati interlocutori del cervello’. Questo atteggiamento si traduce non solo in un impoverimento della capacità d’immaginare e in una comunicazione privata della sua corporeità, ma anche in un’atrofizzazione della relazione con l’opera d’arte. Il dominio del digitale ha posto, infatti, una barriera invisibile - ma percepibile - tra l’uomo e il suo naturale approccio alla materia. Occorre, quindi, recuperare la lettura tattile ‘dell’oggetto artistico’ e riconoscerne il valore di esperienza estetica, così come accade per la lettura visiva. Il carattere analitico del tatto, che necessita di una distanza ravvicinata dell’oggetto da conoscere e di tempi più lunghi per la registrazione delle impressioni ad esso relative, integra quello sintetico della vista che consente, al contrario, una percezione d’insieme e immediata. Con l’arte plastica si riscopre l’importanza dei materiali, della consistenza delle loro superfici, della loro temperatura, ovvero delle sensazioni epidermiche suscitate dal contatto. L’esperienza dell’opera diventa pluridimensionale e polistratificata, multisensoriale nel senso reale e concreto del termine, un senso che va ben oltre le discutibili ‘experience multimediali’ che spopolano ai giorni nostri e che promuovono una fruizione semplificata e passiva, per non dire svilente, anacronistica e snaturata, dell’arte. Il tatto implica un movimento, un’azione intenzionale, è un’esperienza cinetica che fa uscire il pubblico dalla sfera della passività sopracitata per metterlo in contatto con l’alterità del mondo reale e, in quanto tale, consente sia di acquisire una maggiore consapevolezza del proprio corpo che di facilitare la conoscenza inter-personale e la familiarizzazione con l’altro; tatto, quindi, come dispositivo di apprendimento, ma non solo. ‘Nell’osservare con le mani e nello sfiorare la bellezza’ il piacere edonistico (fisico, meccanico, basato sui sensi) e il piacere estetico (frutto dell’intelletto e della mediazione culturale del fruitore) coesistono e operano in sinergia.

 BIBLIOGRAFIA 

Andrea Sòcrati, Il corpo, i sensi e la fruizione dell’arte: la cattedrale come luogo dell’esperienza totale, tra teoria e ricerca artistica, Tiflologia per l’integrazione, N.3 luglio-settembre 2013. 

G. STANGHELLINI, R. IMBRESCIA, IL TATTO COME ORGANO DI SENSO CHE CI ORIENTA NELLE RELAZIONI SOCIALI Da Gadamer a Derrida, 266 Comprendre 21, 2010-2 

Massimiliano Trubbiani, L’immagine tattile e la sua restituzione oggettuale, Tiflologia per l'Integrazione - N1, gennaio-marzo 2008

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